Donare non significa necessariamente offrire denaro. Si può donare tempo. Si può mettere a disposizione un’esperienza. Si può insegnare qualcosa che si conosce bene, accompagnare una persona nella costruzione del proprio curriculum, aiutare un giovane a prepararsi per un colloquio, spiegare come funziona una professione oppure utilizzare le proprie competenze tecniche per sostenere un progetto sociale.

È da questa idea che nasce il volontariato di competenza: una forma di partecipazione nella quale ciò che una persona ha imparato nel proprio percorso professionale diventa una risorsa per qualcun altro.

Un modello particolarmente interessante perché mette in relazione mondi che spesso vengono raccontati separatamente: lavoro, formazione, impresa, volontariato e inclusione sociale. E in una società in cui le competenze diventano sempre più decisive per accedere alle opportunità, condividerle può rappresentare una delle forme più concrete di partecipazione.

Che cos’è il volontariato di competenza

Il volontariato di competenza, spesso indicato anche come skills-based volunteering, consiste nel mettere gratuitamente a disposizione conoscenze e capacità maturate nella vita professionale per sostenere persone, organizzazioni o progetti di utilità sociale.

Non richiede necessariamente competenze eccezionali. Un commercialista può aiutare un’associazione a comprendere alcuni processi amministrativi. Un recruiter può spiegare a un giovane come affrontare un colloquio. Un professionista della comunicazione può aiutare un’organizzazione a raccontare meglio un progetto. Un tecnico può avvicinare studenti e persone in cerca di occupazione a un mestiere che conosce.

La differenza rispetto ad altre forme di volontariato è soprattutto questa: la risorsa principale non è soltanto il tempo, ma ciò che quella persona sa fare durante quel tempo.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro definisce il volontariato come un’attività svolta volontariamente, senza remunerazione e a beneficio di soggetti esterni al proprio nucleo familiare. Può essere realizzata attraverso organizzazioni oppure direttamente a favore di altre persone o comunità.

Il volontariato di competenza si colloca all’interno di questo universo, valorizzando in particolare il patrimonio professionale del volontario.

Un patrimonio spesso invisibile: quello che sappiamo fare

Quando pensiamo alle risorse che una persona può condividere, tendiamo spontaneamente a pensare al denaro o al tempo. Molto meno frequentemente consideriamo le competenze. Eppure ognuno, nel proprio percorso, accumula un patrimonio fatto di conoscenze, strumenti, metodi e capacità relazionali.

Un responsabile delle risorse umane conosce i meccanismi di selezione. Un artigiano sa come si apprende un mestiere. Un informatico conosce strumenti digitali che possono semplificare la vita quotidiana. Un project manager sa organizzare attività, obiettivi e scadenze. Un professionista commerciale ha imparato a comunicare, negoziare e presentare un progetto.

Queste competenze hanno un valore economico nel mercato del lavoro. Ma possono avere anche un enorme valore sociale quando vengono condivise. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti del volontariato di competenza: trasforma qualcosa che possediamo già in uno strumento capace di generare nuove possibilità.

Il volontariato in Italia: alcuni numeri

Il volontariato non è un fenomeno marginale. Secondo ISTAT, nel 2023 circa 4,7 milioni di persone, pari al 9,1% della popolazione italiana di almeno 15 anni, hanno svolto attività di volontariato nelle quattro settimane precedenti la rilevazione. Circa 3,2 milioni hanno operato attraverso gruppi, associazioni o organizzazioni.

Un altro dato aiuta a comprenderne la dimensione: secondo il Rapporto annuale ISTAT 2026, chi svolge volontariato organizzato dedica mediamente all’attività circa quattro ore e mezza alla settimana.

Non si tratta quindi soltanto di iniziative occasionali, ma di una quantità rilevante di tempo, energie e capacità messe gratuitamente a disposizione della comunità.

Una curiosità: non tutto il volontariato passa dalle associazioni

A livello internazionale, il volontariato informale – cioè l’aiuto prestato direttamente alle persone o alla comunità senza passare necessariamente attraverso un’organizzazione – rappresenta quasi il 70% del volontariato complessivo, secondo una ricerca pubblicata nel 2026 da ILO e United Nations Volunteers.

Questo dato racconta qualcosa di importante: la disponibilità ad aiutare è molto più diffusa di quanto mostrino i soli registri delle associazioni. La sfida consiste anche nel riuscire a trasformare questa disponibilità in percorsi strutturati, nei quali tempo e competenze possano incontrare bisogni reali.

Dal volontariato tradizionale al volontariato di competenza

Non esiste una forma di volontariato più importante di un’altra. Distribuire beni, partecipare a un’iniziativa ambientale, supportare un evento o dedicare tempo a una persona fragile possono avere un valore enorme. Il volontariato di competenza aggiunge però una possibilità ulteriore: utilizzare ciò che facciamo ogni giorno nel nostro lavoro per affrontare un problema sociale.

Pensiamo, ad esempio, a una persona che sta cercando occupazione dopo un lungo periodo di inattività. Può avere bisogno di un corso. Ma potrebbe anche avere bisogno di capire come raccontare le proprie esperienze, quali competenze valorizzare, come utilizzare LinkedIn, come prepararsi a un colloquio o persino come interpretare un annuncio di lavoro.

Sono conoscenze apparentemente semplici per chi opera quotidianamente nelle risorse umane. Per chi non ha familiarità con il mercato del lavoro, invece, possono fare una differenza significativa. Il valore di una competenza dipende anche da chi, in quel momento, ne ha bisogno.

Alcuni esempi concreti di volontariato di competenza

Le possibilità sono moltissime e non riguardano soltanto professioni altamente specialistiche.

Un’attività di volontariato di competenza può consistere, ad esempio, nel:

La caratteristica comune non è tanto l’attività svolta quanto il meccanismo che la genera: una competenza posseduta da qualcuno incontra il bisogno di qualcun altro.

Perché oggi condividere competenze è particolarmente importante

Le trasformazioni tecnologiche stanno aumentando il valore della conoscenza, ma stanno anche creando nuove forme di disuguaglianza. Un esempio evidente riguarda le competenze digitali. Nel 2025 soltanto il 54,3% degli italiani tra 16 e 74 anni possedeva competenze digitali almeno di base nei cinque domini considerati dal Digital Competence Framework europeo. Il dato era di oltre sei punti inferiore alla media dell’Unione europea.

Questo significa che quasi una persona su due nella fascia considerata non raggiunge ancora quel livello. E oggi la competenza digitale non serve soltanto a trovare un lavoro. Serve per utilizzare servizi pubblici, cercare informazioni, candidarsi per una posizione, accedere alla formazione, gestire pratiche, comunicare e partecipare pienamente alla vita economica e sociale.

Ecco perché anche una competenza apparentemente ordinaria – usare correttamente una piattaforma digitale, creare un curriculum, compilare un form online – può diventare uno strumento di inclusione.

Volontariato di competenza e imprese

Il tema diventa ancora più interessante quando entra in azienda. Il volontariato d’impresa permette infatti ai dipendenti di partecipare, attraverso modalità organizzate, ad attività a beneficio della comunità.

Quando queste iniziative utilizzano le competenze professionali dei collaboratori, volontariato aziendale e volontariato di competenza si incontrano. Un’impresa può quindi mettere a disposizione non soltanto risorse economiche, ma anche il proprio capitale umano.

Un’azienda possiede molto più delle proprie risorse finanziarie

All’interno di un’organizzazione convivono competenze estremamente diverse: HR, amministrazione, produzione, marketing, comunicazione, informatica, sicurezza, logistica, gestione dei progetti, commerciale.

Immaginiamo di mettere anche solo una piccola parte di questo patrimonio a disposizione di iniziative sociali. Il risultato può essere un trasferimento di conoscenze molto concreto. Non più soltanto:

azienda → donazione → progetto

ma anche:

azienda → persone → competenze → comunità.

È una forma diversa di responsabilità sociale, nella quale l’impresa partecipa direttamente alla produzione dell’impatto.

Il Terzo Settore è sempre più una rete

Anche i dati raccontano quanto le relazioni siano centrali per le organizzazioni non profit. Secondo i risultati preliminari del Censimento permanente delle istituzioni non profit 2024, il 90,5% delle organizzazioni non profit italiane ha sviluppato relazioni significative con altri soggetti.

Più della metà ha coinvolto stakeholder nella realizzazione dei progetti e il 34% ha ricevuto gratuitamente spazi, servizi o strumenti da altri soggetti. Questo ci dice che l’impatto sociale difficilmente nasce dall’azione isolata di una singola organizzazione.

Nasce sempre più spesso dall’incontro tra: associazioni, imprese, professionisti, scuole, istituzioni e cittadini. Ed è proprio in questi punti di incontro che il volontariato di competenza può diventare particolarmente efficace.

Dal “fare per qualcuno” al “fare con qualcuno”

C’è poi un altro aspetto meno evidente. Il volontariato di competenza può cambiare anche il modo in cui pensiamo l’aiuto. Il modello più tradizionale rischia talvolta di creare una divisione netta tra chi aiuta e chi viene aiutato. Il trasferimento di competenze, invece, può favorire una relazione differente.

Non significa fare qualcosa al posto della persona. Significa darle strumenti perché possa progressivamente farlo autonomamente. Un buon mentoring non decide quale lavoro debba scegliere qualcuno. Lo aiuta a riconoscere le proprie capacità e a prendere decisioni migliori. Un laboratorio digitale non svolge una pratica online per una persona. Le insegna come affrontarla in autonomia la volta successiva.

Un’attività di orientamento non consegna semplicemente una soluzione. Offre strumenti per costruirla. È una differenza piccola nelle parole, enorme negli effetti.

Volontariato e autonomia: perché le competenze possono moltiplicarsi

Una delle caratteristiche più interessanti della conoscenza è che condividerla non significa perderla. Se dono una risorsa materiale, quella risorsa passa da me a qualcun altro. Se condivido una competenza, invece, al termine dell’esperienza siamo potenzialmente in due a possederla. È uno dei pochi beni che può aumentare proprio mentre viene trasferito.

Ed è per questo che il volontariato di competenza può produrre un effetto moltiplicatore. Una persona impara a prepararsi per un colloquio e potrà utilizzare quella capacità più volte. Un giovane acquisisce una competenza tecnica e potrà perfezionarla nel tempo. Un’associazione impara a utilizzare meglio uno strumento digitale e potrà applicarlo anche ad altri progetti. L’intervento termina. La competenza rimane.

Cosa rende efficace un progetto di volontariato di competenza

La buona volontà è fondamentale, ma non sempre sufficiente. Un’attività efficace dovrebbe partire prima di tutto dai bisogni delle persone coinvolte. Non ha senso offrire ciò che sappiamo fare semplicemente perché lo sappiamo fare. Occorre capire se quella competenza risponde realmente a una necessità. Tre elementi diventano quindi particolarmente importanti.

Partire dal bisogno, non dalla soluzione

Prima di organizzare un’attività è necessario capire quale problema si vuole affrontare. Un gruppo di giovani ha bisogno di conoscere meglio il mercato del lavoro? Una persona fragile necessita di competenze digitali? Un’associazione ha bisogno di strutturare meglio un progetto? La competenza arriva dopo.

Tradurre il sapere professionale

Essere molto competenti in qualcosa non significa automaticamente saperla insegnare. Un professionista deve riuscire a trasformare la propria esperienza in contenuti accessibili, comprensibili e utilizzabili. È qui che entra in gioco la capacità di ascoltare.

Costruire continuità

Un singolo incontro può essere utile. Ma quando possibile, mentoring, laboratori e accompagnamento producono risultati più significativi se inseriti in un percorso. La continuità permette di fare domande, sperimentare, ricevere feedback e consolidare ciò che è stato appreso.

Il valore nascosto del mentoring

Tra le diverse forme di volontariato di competenza, il mentoring occupa un posto particolare. Perché non trasferisce soltanto conoscenze. Trasmette anche qualcosa di molto più difficile da misurare: la possibilità di immaginarsi in un ruolo diverso.

Per un ragazzo che non conosce determinati ambienti professionali, incontrare una persona che svolge quel lavoro significa poter fare domande normalmente difficili da porre. Come sei arrivato fin qui? Quali competenze servono davvero? Quali errori hai fatto? Cosa avresti voluto sapere a vent’anni?

Sono domande semplici, ma possono accorciare enormemente la distanza tra il mondo della formazione e quello del lavoro. In questo senso, un mentor può diventare una sorta di ponte tra ciò che una persona è oggi e ciò che potrebbe diventare domani.

Anche chi offre le proprie competenze può imparare

C’è infine un paradosso interessante. Nel volontariato di competenza non impara soltanto chi riceve. Chi insegna deve spiegare ciò che sa, adattare il linguaggio, ascoltare persone con esperienze differenti e osservare la propria professione da un’altra prospettiva.

Significa esercitare capacità come:

Il volontariato può così diventare anche uno spazio di crescita personale. Non perché questo debba rappresentarne l’obiettivo principale, ma perché condividere una competenza costringe spesso a comprenderla meglio.

Il ruolo di Fortis: mettere in relazione persone, competenze e bisogni

Associazione Fortis nasce come espressione dell’impegno sociale di FMTS Group e lavora per creare opportunità attraverso formazione, orientamento, inclusione sociale e lavorativa. Sul proprio sito, Fortis indica proprio la possibilità di offrire tempo, competenze o risorse economiche come una delle modalità per partecipare alla propria rete.

Il principio alla base è semplice: non tutte le persone hanno bisogno dello stesso tipo di supporto. Per qualcuno la possibilità decisiva può essere una borsa di studio. Per qualcun altro può essere un percorso formativo. Per altri ancora può essere l’incontro con una persona capace di condividere esperienza, conoscenze e orientamento. È per questo che mettere in relazione imprese, professionisti e persone può generare un valore che va oltre il singolo intervento.

Una nuova idea di dono

Forse siamo abituati a pensare al dono come a qualcosa che possediamo e a cui rinunciamo. Il volontariato di competenza suggerisce un’altra prospettiva. Possiamo donare anche qualcosa che rimane con noi. Una conoscenza. Un’esperienza. Un metodo. Un consiglio. Un’ora del nostro tempo dedicata a spiegare ciò che abbiamo impiegato anni a imparare. Non serve necessariamente cambiare professione per produrre un cambiamento.

A volte basta guardare alla propria professione come a una risorsa che può avere valore anche fuori dal luogo in cui viene esercitata ogni giorno. E forse è proprio questa una delle forme più contemporanee di solidarietà: non fare semplicemente qualcosa per gli altri, ma mettere le persone nelle condizioni di poter fare qualcosa in più per sé stesse.