Pagare una bolletta. Prenotare una visita. Cercare lavoro. Inviare un curriculum. Accedere a un servizio pubblico. Iscriversi a un corso. Consultare il proprio conto corrente. Prenotare un viaggio. Parlare con un familiare lontano. Attività molto diverse hanno oggi qualcosa in comune: sempre più spesso richiedono l’utilizzo di uno strumento digitale.

Per milioni di persone tutto questo è diventato parte della normalità. Per altre, invece, può rappresentare un ostacolo. È qui che il divario digitale, o digital divide, smette di essere semplicemente un problema tecnologico e diventa una questione sociale. Perché oggi non sapere utilizzare con sufficiente autonomia Internet, un computer o alcuni servizi online può significare avere maggiore difficoltà ad accedere al lavoro, alla formazione, alle informazioni, ai servizi e, in generale, alle opportunità.

Parlare di inclusione digitale significa quindi parlare anche di autonomia, partecipazione e possibilità di esercitare pienamente i propri diritti.

Che cos’è l’inclusione digitale

L’inclusione digitale è la condizione che permette alle persone di accedere alle tecnologie e, soprattutto, di possedere le competenze necessarie per utilizzarle in maniera consapevole, sicura e autonoma. La distinzione è importante.

Avere uno smartphone non significa automaticamente essere digitalmente competenti. Essere connessi a Internet non significa saper riconoscere una comunicazione fraudolenta, utilizzare correttamente un servizio pubblico online, creare un documento, candidarsi per un lavoro o verificare l’affidabilità di un’informazione.

Il vero divario digitale, quindi, non riguarda più soltanto chi è connesso e chi non lo è. Riguarda sempre di più la distanza tra chi riesce a utilizzare il digitale per migliorare la propria vita e chi, pur avendo accesso alla tecnologia, rischia di subirne la complessità.

Il digital divide in Italia: il problema non è ancora superato

Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto importanti passi avanti. Ma i numeri mostrano che esiste ancora una distanza significativa.

Secondo ISTAT, nel 2025 il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni possedeva competenze digitali almeno di base. Il miglioramento rispetto all’anno precedente è stato rilevante, ma il dato rimane distante dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030. Eurostat, per lo stesso anno, colloca la media dell’Unione europea intorno al 60,4%.

Questo significa, in termini molto semplici, che quasi una persona su due in Italia non raggiunge ancora il livello considerato almeno di base nelle competenze digitali. E il dato medio nasconde differenze ancora più profonde.

Il divario digitale non riguarda tutti allo stesso modo

Il rischio di esclusione digitale tende a concentrarsi proprio tra quelle persone che possono già essere maggiormente esposte ad altre forme di fragilità. Età, livello di istruzione, territorio, condizione economica e opportunità formative possono incidere in modo significativo.

Il divario generazionale

Una convinzione diffusa è che, con il ricambio generazionale, il problema sia destinato semplicemente a scomparire. La realtà è più complessa.

Nel 2025 il 71,7% dei giovani tra 20 e 24 anni che avevano utilizzato Internet negli ultimi tre mesi possedeva competenze digitali almeno di base. Nella fascia 55-59 anni la percentuale scendeva al 49,1%, mentre tra i 65 e i 74 anni arrivava appena al 27,4%.

L’età, quindi, continua a rappresentare uno dei principali fattori di disuguaglianza digitale. Ma c’è una curiosità interessante. L’utilizzo di Internet tra gli anziani sta comunque crescendo rapidamente: tra il 2024 e il 2025 l’uso della rete è aumentato di oltre quattro punti percentuali sia tra i 65-74enni sia tra gli over 75.

Il problema, dunque, non è semplicemente convincere le persone più anziane a utilizzare Internet. Sempre più spesso è necessario aiutarle a utilizzarlo meglio.

Avere uno smartphone non significa essere autonomi digitalmente

Un altro dato aiuta a comprendere bene questo fenomeno. Tra le persone di almeno 65 anni che utilizzano Internet, quasi il 40% accede alla rete esclusivamente attraverso lo smartphone, contro circa il 20% della popolazione complessiva.

È un’informazione significativa. Lo smartphone ha enormemente facilitato l’accesso alla rete, ma alcune operazioni possono risultare più complesse se il telefono rappresenta l’unico strumento digitale disponibile:

In altre parole, essere online non significa necessariamente possedere tutte le competenze necessarie per vivere e lavorare in una società digitale.

Il livello di istruzione incide anche sull’accesso digitale

Il divario non è esclusivamente generazionale. ISTAT rileva una relazione molto forte anche con il livello di istruzione presente all’interno della famiglia. Nel 2025 disponeva di una connessione Internet il 98,5% delle famiglie con almeno un componente laureato e il 94,9% di quelle nelle quali il titolo di studio più elevato era il diploma. Quando il titolo più elevato era la licenza media, la percentuale scendeva invece al 66,5%.

Questo dato racconta qualcosa di importante: le disuguaglianze tendono a sovrapporsi. Chi dispone di minori opportunità educative può avere anche minori occasioni di sviluppare competenze digitali. E la mancanza di competenze digitali può, a sua volta, limitare l’accesso a nuove opportunità di istruzione, formazione e lavoro. Si rischia così di creare un circolo difficile da interrompere.

Inclusione digitale e territorio: il divario tra Nord e Sud

Esiste anche una dimensione geografica. Nel 2025 l’87,3% delle famiglie italiane disponeva di un accesso a Internet, ma nel Mezzogiorno permaneva un ritardo di circa cinque punti percentuali rispetto al Centro-Nord. Considerando l’utilizzo della rete, l’Italia centro-settentrionale superava l’85%, mentre il Mezzogiorno si fermava al 78,5%.

C’è però un segnale positivo per la Campania. Tra il 2024 e il 2025 la regione ha registrato un aumento di circa 3 punti percentuali nell’utilizzo di Internet, uno degli incrementi più elevati registrati in Italia. La direzione è quindi positiva.

Ma aumentare il numero delle persone connesse rappresenta soltanto una parte della sfida. La domanda successiva è: cosa riescono effettivamente a fare quando sono online?

Perché il digital divide è anche un problema di lavoro

Oggi la ricerca di un’occupazione passa quasi inevitabilmente dal digitale. Le offerte vengono pubblicate online, le candidature vengono inviate attraverso portali, i curriculum sono documenti digitali, i colloqui possono svolgersi in videoconferenza, le aziende utilizzano piattaforme di recruiting e social professionali, molti percorsi formativi prevedono almeno una componente digitale.

Anche attività apparentemente semplici, come trasformare un documento in PDF, allegarlo correttamente a un modulo o recuperare una password, possono diventare un ostacolo per chi non possiede sufficiente familiarità con gli strumenti. Per questo le competenze digitali sono diventate una componente dell’occupabilità.

Non parliamo necessariamente di programmazione, intelligenza artificiale o professioni informatiche. Prima ancora delle competenze specialistiche esistono competenze quotidiane:

Sono capacità che possono sembrare elementari per chi le utilizza ogni giorno, ma non lo sono per tutti.

C’è una differenza tra saper usare un’app e avere competenze digitali

Soprattutto parlando di giovani, utilizziamo spesso l’espressione “nativi digitali”. Ma essere cresciuti utilizzando smartphone e social network non significa automaticamente possedere un livello elevato di competenza digitale.

Nel 2025 il 98% circa dei ragazzi italiani tra 15 e 24 anni utilizzava Internet. Eppure, tra i 20-24enni che avevano utilizzato la rete nei tre mesi precedenti, la quota con competenze almeno di base era il 71,7%. Il divario tra i due numeri è interessante.

Utilizzare quotidianamente TikTok, WhatsApp, Instagram o YouTube non equivale necessariamente a saper organizzare informazioni, creare contenuti professionali, proteggere i propri dati, utilizzare strumenti di produttività o risolvere autonomamente problemi digitali. L’alfabetizzazione digitale, quindi, riguarda anche le nuove generazioni.

Inclusione digitale significa anche poter accedere ai propri diritti

La trasformazione digitale non riguarda soltanto il lavoro. Sempre più servizi fondamentali passano attraverso piattaforme e strumenti online. Sanità, previdenza, servizi comunali, istruzione, banche, pagamenti, prenotazioni e comunicazioni con la Pubblica Amministrazione richiedono spesso un’interazione digitale.

Quando una persona non riesce a utilizzare questi strumenti in autonomia, può verificarsi una situazione paradossale: il servizio esiste, ma per quella persona diventa più difficile raggiungerlo. È qui che il digital divide assume una dimensione di cittadinanza. La digitalizzazione può semplificare enormemente la vita delle persone. Ma perché produca davvero inclusione deve essere accompagnata dalla capacità delle persone di utilizzarla.

Una persona digitalmente esclusa spesso dipende da qualcun altro

C’è poi un aspetto di cui si parla meno. Chi non riesce a utilizzare determinati servizi online è spesso costretto a chiedere aiuto a un figlio, a un nipote, a un amico, a un operatore. Questo aiuto è spesso prezioso, ma quando diventa sistematico può limitare l’autonomia della persona. Significa dover consegnare ad altri password, documenti, informazioni economiche o sanitarie. Significa dipendere dalla disponibilità di qualcuno anche per operazioni ordinarie.

L’obiettivo dell’inclusione digitale non dovrebbe quindi essere semplicemente “fare l’operazione al posto della persona”. Dovrebbe essere, quando possibile: metterla nelle condizioni di riuscire a farla da sola la volta successiva. È la stessa differenza che esiste tra assistenza e autonomia.

Un esempio semplice: insegnare a prenotare, non prenotare

Immaginiamo una persona anziana che deve effettuare una prenotazione online. La soluzione più rapida consiste nel prendere il telefono e farlo al suo posto, cinque minuti e il problema è risolto. Ma il problema successivo sarà identico.

Un approccio formativo richiede magari venti minuti: si mostra dove cercare, si spiega come riconoscere la pagina corretta, si effettuano insieme i diversi passaggi, si lascia poi alla persona la possibilità di ripeterli. È meno immediato, ma il risultato è completamente diverso. Nel primo caso abbiamo risolto una prenotazione. Nel secondo abbiamo contribuito a costruire una competenza.

Alfabetizzazione digitale: da dove partire

I percorsi di inclusione digitale non devono necessariamente iniziare da competenze avanzate. Anzi, spesso risultano più efficaci quando partono dai bisogni reali della persona. Per qualcuno il primo obiettivo può essere inviare correttamente un’email; per un’altra persona può essere creare un curriculum; per un anziano può significare utilizzare in sicurezza alcuni servizi online; per chi cerca lavoro può essere imparare a candidarsi attraverso una piattaforma; per un genitore può essere riuscire a utilizzare gli strumenti digitali della scuola; per una persona migrante può significare orientarsi tra documenti, piattaforme e servizi in una lingua diversa dalla propria.

Non esiste quindi un’unica alfabetizzazione digitale. Esistono persone, bisogni e livelli di partenza differenti.

Sicurezza digitale: l’inclusione passa anche dalla consapevolezza

Insegnare a utilizzare Internet senza parlare di sicurezza sarebbe incompleto. Più persone entrano nel mondo digitale, più diventa importante spiegare anche come proteggerle. Phishing, messaggi falsi, link fraudolenti, furti di credenziali e telefonate ingannevoli colpiscono proprio quando manca la capacità di riconoscere alcuni segnali.

L’inclusione digitale dovrebbe quindi comprendere anche elementi semplici ma fondamentali: password robuste, autenticazione a più fattori, protezione dei dati personali, riconoscimento dei tentativi di truffa, verifica delle fonti e prudenza nella condivisione delle informazioni.

Saper utilizzare una tecnologia significa anche sapere quando non fidarsi di ciò che compare sullo schermo.

L’intelligenza artificiale apre un nuovo divario?

L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa rende la questione ancora più interessante. Gli strumenti di AI possono aiutare a scrivere, tradurre, studiare, cercare informazioni, organizzare un curriculum o comprendere un documento. Per chi sa utilizzarli possono rappresentare un importante amplificatore delle capacità individuali. Ma esiste anche il rischio contrario.

Se una parte della popolazione impara a utilizzare strumenti che aumentano produttività e accesso alla conoscenza mentre un’altra parte fatica ancora a utilizzare servizi digitali di base, il divario potrebbe allargarsi ulteriormente. La nuova alfabetizzazione digitale dovrà quindi progressivamente includere anche la capacità di utilizzare l’AI in maniera consapevole: comprenderne le possibilità, riconoscerne i limiti, verificare le informazioni e proteggere i propri dati.

Il valore dello scambio tra generazioni

L’inclusione digitale possiede anche una caratteristica particolarmente interessante: può diventare un’occasione di incontro. Un giovane può insegnare a una persona anziana come utilizzare un servizio digitale. La persona anziana può trasmettere al giovane esperienza, conoscenze e memoria. Non è necessario immaginare il processo in una sola direzione.

I percorsi intergenerazionali possono trasformare una necessità pratica in un’occasione di relazione. Il digitale, spesso accusato di isolare le persone, può diventare in questo modo proprio lo strumento che le mette in contatto.

Anche le imprese possono contribuire all’inclusione digitale

Le aziende dispongono di un enorme patrimonio di competenze. Amministrazione, risorse umane, informatica, comunicazione, sicurezza, marketing e gestione dei dati sono attività nelle quali migliaia di professionisti utilizzano strumenti digitali quotidianamente.

Attraverso il volontariato di competenza, parte di questo patrimonio può essere messo a disposizione della comunità. Non servono necessariamente grandi progetti. Un professionista può dedicare alcune ore a spiegare come creare un curriculum digitale; un dipendente può aiutare un gruppo di persone anziane a utilizzare meglio smartphone e servizi online; un esperto di cybersecurity può tenere un incontro sulle truffe digitali; un HR specialist può mostrare come compilare correttamente una candidatura online.

Quando le competenze escono dall’azienda e incontrano un bisogno sociale, il sapere professionale diventa una risorsa per il territorio.

Il Terzo Settore come ponte tra tecnologia e persone

Le associazioni possono avere un ruolo particolarmente importante perché conoscono le persone, i territori e le situazioni di fragilità. La tecnologia tende a proporre soluzioni standard, le persone, invece, hanno bisogni differenti.

Il Terzo Settore può contribuire a fare da ponte: ascoltare il bisogno, individuare le persone più esposte al rischio di esclusione, costruire percorsi accessibili e mettere in relazione beneficiari, formatori, volontari, imprese e istituzioni. In questo modo il digitale smette di essere semplicemente un insieme di strumenti e diventa parte di un percorso di autonomia.

Inclusione digitale e missione di Fortis

La missione di Associazione Fortis nasce proprio dalla volontà di offrire strumenti che favoriscano formazione, orientamento, inclusione sociale e lavorativa, coinvolgendo persone, professionisti e imprese in una rete capace di produrre impatto sul territorio.

Da questa prospettiva, l’inclusione digitale è pienamente coerente con l’idea di fondo dell’Associazione. Perché oggi aiutare una persona a essere più autonoma significa anche metterla nelle condizioni di muoversi con maggiore sicurezza nel mondo digitale. Non per trasformare tutti in esperti di tecnologia, ma perché nessuno debba rinunciare a un servizio, a una candidatura, a una formazione o a un’informazione semplicemente perché non sa da dove cominciare.

La vera sfida non è digitalizzare tutto, ma non lasciare indietro nessuno

La tecnologia continuerà ad avanzare; i servizi diventeranno sempre più digitali; l’intelligenza artificiale entrerà progressivamente nel lavoro, nell’istruzione e nella vita quotidiana. Tornare indietro non è né possibile né auspicabile.

La domanda importante è un’altra: riusciremo a fare in modo che tutti abbiano gli strumenti necessari per partecipare a questa trasformazione? Perché il progresso tecnologico non coincide automaticamente con il progresso sociale. Lo diventa quando migliora realmente la vita delle persone. Quando semplifica invece di escludere; quando aumenta l’autonomia invece di creare nuove dipendenze; quando una persona che ieri aveva bisogno di chiedere aiuto riesce, domani, a fare qualcosa da sola.

Ed è forse questa la misura più semplice dell’inclusione digitale: non quanta tecnologia siamo riusciti a mettere nelle mani delle persone, ma quanta libertà quelle persone sono riuscite a conquistare attraverso la tecnologia.